Oltre le bandiere di parte: la Patria come casa comune
L’intervento di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera e la riflessione di Stefano Fassina (v. sotto) hanno il merito di riportare al centro una parola che per troppo tempo è stata lasciata sola, fraintendendola o consegnandola agli estremi: Patria. Per alcuni è diventata una parola sospetta, per altri una parola da brandire. Eppure la Patria non nasce né dalla diffidenza né dall’enfasi. Nasce dall’appartenenza. Nasce dal sentirsi parte di una storia più grande di noi. Nasce dalla consapevolezza che ciò che abbiamo ricevuto — lingua, cultura, istituzioni, paesaggio, memoria, libertà — non è stato creato da noi e non ci appartiene esclusivamente, ma ci è stato affidato perché lo custodiamo e lo consegniamo a chi verrà dopo.
In questo senso, l’Italia ha oggi bisogno di riscoprire la Patria non come concetto ideologico, ma come esperienza concreta.
La Patria non è un’astrazione
Troppo spesso il dibattito pubblico parla di Patria in termini teorici, quasi filosofici, ma la Patria si manifesta ogni giorno. È il volontario che dedica tempo alla propria comunità. È il cittadino che rispetta il bene comune. Patria è chi conserva la memoria di una lapide dimenticata, ma anche chi insegna ai giovani il significato del sacrificio di chi ci ha preceduto.
Patria è chiunque si prende cura del proprio paese, della propria città, della propria scuola. È il soldato che serve lo Stato, il docente che educa, il lavoratore che svolge con onestà il proprio compito.
La Patria non vive nei proclami.
Vive nelle responsabilità.
Per questo l’articolo 52 della Costituzione conserva una straordinaria attualità quando afferma che:
«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».
A scanzo di equivoci, mi pare una formula potente, chiara, onnicomprensiva, che va ben oltre la dimensione militare.
Difendere la Patria significa difendere ciò che tiene insieme la nostra comunità nazionale!
Una parola che non appartiene a nessuno
Uno degli errori più gravi del Novecento è stato pensare che la Patria potesse appartenere a una parte politica. Ma a chi ancora oggi si ostina ad affermare il contrario, dico: Patria non è di destra, né di sinistra.
La Patria precede entrambe.
Come mai, sennò, nella storia italiana troviamo patrioti monarchici e repubblicani, cattolici e laici, liberali, socialisti, popolari, militari e civili? Perché troviamo Garibaldi e De Gasperi, Pertini e Ciampi?
Perché patrioti furono sia i soldati del Regio Esercito, i fascisti, i combattenti della Guerra di Liberazione, gli Internati Militari Italiani, i partigiani, le popolazioni civili che hanno sofferto la guerra e la ricostruzione?
Quando la Patria viene ridotta a patrimonio esclusivo di qualcuno, smette di unire e ricomincia a dividere…
La mia lezione con le Associazioni Combattentistiche, Partigiane e d’Arma
Per chi vive il mondo dell’associazionismo combattentistico e d’arma, questa realtà è particolarmente evidente. Nelle commemorazioni, nelle cerimonie, nei sacrari, nelle visite alle scuole, ciò che emerge non è (o almeno: non dovrebbe MAI essere) la ricerca dello scontro politico — e personalmente, continuerò in eterno a sostenere che la politica dovrebbe restare “a margine” delle associazioni.
Emerge piuttosto un senso profondo di continuità nazionale. Caduti della Prima Guerra Mondiale. Caduti della Seconda. Combattenti. Reduci. Internati. Partigiani. Militari, italiani ed alleati. Civili. Generazioni diverse. Storie diverse.
Tutte però riconducibili a una domanda comune:
Che cosa siamo disposti a fare per il bene dell’Italia?
Questa è la domanda della Patria.
Non quella delle appartenenze elettorali.
Patria significa riconoscere l’altro
Gramellini coglie un punto importante quando osserva che senza radici ci si perde. Un individuo senza identità fatica a comprendere l’altro, e lo stesso vale per una comunità: chi conosce la propria storia non teme il confronto.
Chi sa chi è non ha bisogno di costruire nemici e per questo il patriottismo autentico non genera ostilità verso gli altri popoli. Al contrario.
Come insegnava San Giovanni Paolo II, l’amore per la propria Patria “è una forma particolare dell’amore verso la comunità umana”. Si può essere profondamente italiani senza disprezzare nessun altro. Anzi, proprio chi ama sinceramente la propria terra comprende meglio il valore delle radici altrui. Io l’ho sperimentato sulla mia pelle con la Polonia, è dalla conoscenza della storia dei Polacchi che paradossalmente ho re-imparato cosa significa veramente essere patrioti!
La Patria che serve oggi
Penso che l’Italia non ha bisogno di nazionalismi gridati, ma nemmeno di una società che abbia vergogna di sé stessa (ho visto giorni fa un intervento di Federico Rampini in tal senso, mi ha fatto riflettere su quanto i nostri giovani non crescano sufficientemente nell’Amor di Patria, a differenza di loro coetanei di altri Paesi…)
In Italia, abbiamo bisogno di tornare a una Patria vissuta. Una Patria che non sia slogan.
In Italia, la Patria non può che tradursi in solidarietà, responsabilità, partecipazione e servizio. E l’Italia ha bisogno di imparare di nuovo i simboli, di cittadini che sentano il tricolore non come un simbolo da esibire occasionalmente, ma come il segno di una storia comune. Ha bisogno di una memoria che unisca anziché separare. Ha bisogno di giovani che scoprano che Patria non è il contrario della libertà, ma una delle condizioni che rendono possibile una libertà condivisa.
Per questo, forse, il compito più importante oggi non è discutere astrattamente di Patria, è imparare a viverla, attraverso l’esempio.
Ogni giorno. Con semplicità. Con gratitudine. Con spirito di servizio.
Perché una Nazione non si costruisce soltanto con le leggi, si costruisce, soprattutto quando i suoi cittadini sentono di appartenere gli uni agli altri.








