Si è svolta domenica 12 aprile a Montegiorgio (FM) la cerimonia dedicata al Maggiore Rinaldo Simone Emiliani, promossa dalla sezione locale dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, alla presenza del Gen. Gerometta, Presidente dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria e di ASSOARMA.
La giornata ha preso avvio con il raduno dei convenuti all’ingresso del paese, seguito dalla formazione del corteo diretto al Monumento ai Caduti. Qui si sono svolti l’alzabandiera e gli onori ai Caduti, presso il cippo recante il nome del Maggiore Emiliani. La commemorazione è poi proseguita presso il teatro Alaleona, dove si sono alternati gli interventi del Prof. Carlo Mariotti (A.N.A.C. Ancona), sul tema della cavalleria coloniale in Africa, e del Generale Anselmo Donnari, che ha ripercorso la figura del Maggiore Emiliani nel suo intervento “Caduto senza Croce”. Su invito del Presidente della Sezione organizzatrice Roberto Marziali, per ANCR hanno preso parte all’iniziativa Mauro Radici, (coordinatore regionale Marche che ha portato il saluto della Presidenza Nazionale), Giulio Mercuri presidente della Federazione provinciale di Fermo e Ascoli Piceno, Albino Mataloni, presidente della Federazione provinciale di Macerata. La mattinata si è conclusa con i saluti del Presidente dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria Gen. Paolo Gerometta e del Sindaco Michele Ortenzi, seguiti da un momento conviviale tra soci e ospiti.
La partecipazione attenta e composta di autorità, associazioni e cittadini ha confermato il valore di una comunità che continua a riconoscere nella memoria un elemento fondante della propria identità. Ma ciò che è emerso con particolare forza non è stato soltanto il ricordo di una figura militare. È stato qualcosa di più. C’è una differenza sottile ma decisiva tra il ricordo e la memoria. Il ricordo appartiene al tempo: si consuma, si affievolisce, si spegne con chi lo ha vissuto. La memoria, invece, è un atto di volontà. È una scelta. La cerimonia di Montegiorgio si è collocata esattamente su questa linea di confine. E in questo spazio – delicato e decisivo – si è inserito l’intervento del Generale Donnari, Presidente onorario della sezione ANCR di Montegiorgio. Il suo non è stato semplicemente un ricordo. È stato qualcosa di più. Non ha restituito soltanto i fatti, pur necessari. Ha restituito il senso. Perché Emiliani non è solo una figura militare, non è solo un ufficiale caduto in Africa Orientale nel 1941. È un punto di domanda aperto. Un uomo che, in condizioni disperate, senza prospettiva di vittoria, ha scelto di restare. Di guidare. Di assumersi fino in fondo la responsabilità dei suoi uomini e dei civili affidati alla sua protezione.
Il Generale Donnari ha ricostruito quella vicenda con precisione e rispetto. Ma ciò che ha colpito non è stato solo il racconto. È stato il passaggio implicito che ogni ascoltatore ha potuto cogliere: la storia, da sola, non basta. Come accade per tutte le figure autenticamente esemplari, il rischio non è la dimenticanza immediata. È qualcosa di più sottile: la trasformazione in retorica. In rituale. In celebrazione che non interpella. Ed è qui che il ricordo diventa memoria. O non lo diventa. Il Maggiore Emiliani, nella lettura offerta dal Generale Donnari, non è stato presentato come un eroe da ammirare a distanza. Ma come una responsabilità da assumere. Perché il punto non è ciò che è accaduto nel 1941. Il punto è ciò che accade oggi.
Viviamo un tempo in cui la parola “guerra” è tornata a essere quotidiana. Non nei libri, ma nelle cronache: dall’Ucraina al Medio Oriente, scenari diversi ma accomunati da una costante – il costo umano, spesso civile, dei conflitti. E nello stesso tempo, nelle nostre società, assistiamo a una progressiva erosione del linguaggio dei valori: dovere, responsabilità, onore, servizio. Parole che resistono nelle cerimonie, ma faticano a trovare spazio nella vita pubblica, sempre più dominata dalla contrapposizione, dalla polarizzazione, dalla semplificazione.
È in questo contesto che figure come Emiliani tornano a essere necessarie. Non perché appartengano a un passato da conservare, ma perché indicano una direzione. Il Generale Donnari, nel suo intervento, ha compiuto esattamente questo passaggio: ha trasformato un episodio storico in una consegna. Una consegna che non riguarda le istituzioni in astratto. Non riguarda “gli altri”. Riguarda ciascuno. Perché la memoria non si trasmette automaticamente. Non si eredita per diritto. Si costruisce. Attraverso gesti semplici: raccontare una storia, mantenere vivo un nome, restituire senso a una scelta. Sono atti minimi, ma è da questi atti che dipende tutto. La domanda che resta, allora, non è storica. È profondamente attuale: chi raccoglierà questa eredità? La risposta non può essere generica. Non può essere delegata. Non “qualcuno”. Chi c’era. Chi ha ascoltato. Chi ha compreso.
In questo senso, il vero significato della giornata di Montegiorgio non si esaurisce nel ricordo del Maggiore Emiliani. Si misura nella capacità di trasformare quel ricordo in una scelta. Perché quando anche le ultime testimonianze dirette saranno scomparse, resterà soltanto ciò che avremo deciso di portare avanti. E in quel momento, la memoria non sarà più una storia del passato. Sarà una prova del presente.
















