L’ANCR di Macerata accoglie la nuova ricorrenza nazionale e rivela i dati di una ricerca locale: almeno 130 soldati caduti e 370 sopravvissuti all’orrore dei lager nazisti. “Un debito di riconoscenza che non deve mai venire meno”.
MACERATA – L’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci (ANCR) di Macerata accoglie con profonda commozione l’istituzione del 20 settembre quale “Giornata degli Internati Militari Italiani“, celebrata per la prima volta al Quirinale alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un riconoscimento a lungo atteso, che arriva con una punta di amarezza per il ritardo con cui si rende finalmente onore a una pagina di storia tanto eroica quanto dimenticata.
Una vicenda che ha coinvolto in modo drammatico anche il nostro territorio. Recenti ricerche, sicuramente non esaustive ma condotte incrociando varie fonti (l’elenco dei soldati che riposano nei Cimitari Militari Italiani d’Onore in Germania, Austria e Polonia curato dallo storico Roberto Zamboni su dati del Commissariato Onoranze Caduti del Ministero della Difesa; gli archivi vaticani; le fonti dell’ANPI provinciale e dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati), hanno permesso di ricostruire un quadro impressionante: sono oltre 500 i militari legati alla provincia di Macerata deportati nei lager del Terzo Reich dopo l’8 settembre 1943. Di questi, almeno 130 (ovvero 1 su 4) non fecero più ritorno, morendo nei lager per fame, malattie o violenze. Gli altri 370 circa sopravvissuti, sono uomini che hanno portato per sempre sulla pelle e nell’anima le ferite di quell’esperienza disumana.
“Non sono solo numeri, ma nomi, volti e storie di nostri concittadini strappati alle loro case – afferma il presidente della sezione ANCR di Macerata Mauro Radici. “Ci sono nomi che conosciamo. Li leggiamo sulle lapidi delle nostre piazze, nei famedi, nei cimiteri scolpiti nel marmo a ricordo di un sacrificio glorioso. Sono i nomi dei caduti, dei decorati, degli eroi della Patria. E poi ci sono altri nomi, un intero esercito silenzioso, che per 80 anni è rimasto sommerso in un limbo di silenzio e incomprensione. Sono i nostri padri, i nostri nonni, i nostri vicini di casa”.
Oggi, finalmente, la Giornata degli internati italiani istituita dallo Stato con la Legge 6 del 13 gennaio 2025 squarcia quel velo. Il progetto approvato dai due rami del Parlamento da tutti i gruppi parlamentari è nato da una petizione presentata il 4 novembre 2022 alla Commissione Difesa-Esteri del Senato proprio dal figlio di un IMI delle Marche: il maestro Cav. Rossano Corradetti, originario di Montottone e residente a Fermo. È una ricorrenza che ci impone di ascoltare le loro storie con maggiore attenzione, di capire il peso immenso di quel rifiuto.
Non fu un ordine a guidarli. Dopo l’armistizio, nel caos di uno Stato dissolto, centinaia di migliaia di soldati italiani furono abbandonati a loro stessi. Di fronte a loro, una scelta brutale: continuare a combattere al fianco dei nazisti e dei fascisti di Salò, o la prigionia. Circa 650.000 uomini, tra cui i nostri 500, scelsero la seconda via. Non fu una scelta di convenienza, ma una decisione “personale, consapevole”, come l’ha definita ieri in Quirinale il Presidente Mattarella. Un atto di resistenza morale, compiuto in nome della dignità, dell’onore della Patria e per non rendersi “complici degli orrori che già venivano alla luce”. E la libertà di cui oggi godiamo “ha un debito verso il coraggio di questi uomini”.
Il loro “NO” costò loro la deportazione, la privazione dell’identità, ridotti a un numero, e sofferenze immani in condizioni di sostanziale schiavitù. Dietro i numeri, ci sono le vite. Racconti di storie che sono viaggi all’inferno: la cattura da parte dei tedeschi, che “non si vedevano… sono ‘volati’ dal camion e sono entrati nel comando”. E poi la deportazione verso i campi di concentramento stipati nei carri bestiame: fino a diciotto giorni e diciotto notti su un treno merci, attraversando Bulgaria, Romania, Ungheria, Austria, ammassati, in attesa di una destinazione ignota, destinati al lavoro coatto – anche per aziende fra cui compaiono Siemens, BMW, I.G.Farben, Continental, Dunlop, SKF.
L’arrivo in Germania fu l’inizio della disumanizzazione. Vennero privati di tutto, persino del nome, ridotti a un numero di matricola. La loro esistenza divenne una lotta contro la “fame nera”, così nera che quando andava bene gli internati si dividevano le bucce di alcune misere patate. Da lì, lo smistamento nei campi di lavoro, schiavi nelle fabbriche belliche, nelle miniere o nelle campagne, sotto la brutalità di padroni che li consideravano “maledetti italiani”.
Molti nomi di quei giovani partiti dalle nostre contrade (per lo più fra i 21 e i 25 anni), sono oggi iscritti nei registri dei cimiteri militari di Mauthausen, Amburgo, Berlino, Varsavia. Sono Guido Badiali di Apiro, Giovanni Mitillo di Appignano, morto di tubercolosi a 21 anni, Cesare Galluzzi di Recanati, e decine e decine di altri, le cui vite si sono spente nel gelo e nella sofferenza in una terra straniera. Fra i giovani elencati nei registri, ci sono i catturati in Grecia, in Jugoslavia e Albania o durante i rastrellamenti sul nostro stesso territorio, come a Matelica o a Cingoli, e finiti nelle fabbriche belliche del Terzo Reich.
E tutti coloro che riuscirono a tornare dopo epopee interminabili, spesso ridotti a 40 chili di pelle e ossa, irriconoscibili ai familiari? Per loro, il calvario non era finito. Al posto di un abbraccio trovarono spesso un imbarazzato silenzio, a volte persino il sospetto. Come ha ricordato lo stesso Mattarella, la loro vicenda subì “una sorta di oscuramento”. Non erano partigiani combattenti, non erano soldati di un esercito vincitore. La loro era stata una “resistenza senza armi”, più difficile da celebrare, più complessa da capire.
Lo racconta bene Pasquale Candria, classe 1921, catturato in Albania. quando al rientro in Italia al distretto militare si sentì chiedere con freddezza burocratica: “Dove sei stato? Lo zaino dove lo tieni?”, da un impiegato “imboscato” che la guerra non l’aveva nemmeno vista. Una domanda che era una ferita, la beffa di chi non ha sofferto che chiede conto a chi ha perso tutto.
Ancora di pochi, conosciamo le vicende attraverso testimonianze dirette o diari spesso postumi, curati dai familiari: Gianbattista Boldrini vice presidente ANCR di Matelica, Secondo Berdini di Macerata, Pierino Mucci di Urbisaglia, Umberto Miliozzi di Petriolo, Costantino Quattrini di Montecosaro, Giovanni Detto di Potenza Picena, Calizio Ulderigi di Recanati, giusto per citarne alcuni.
Tanti, troppi e per interminabili decenni hanno portato il peso di una memoria indicibile, spesso chiudendosi in un riserbo doloroso.
Oggi non più. È ora di urlare i loro nomi con la stessa forza e lo stesso orgoglio con cui ricordiamo i partigiani che si sacrificavano martiri a Montalto o combattenti a Valdiola, negli stessi anni in cui gli IMI combattevano contro le angherie, la fame, le malattie. Il loro “No!”, pronunciato in solitudine e pagato a un prezzo disumano, è stato un mattone fondamentale nella costruzione della nostra democrazia. La loro scelta ha “reso più debole l’occupante e favorito anche concretamente la Liberazione”.
Come ANCR di Macerata, in linea con lo spirito espresso dal Presidente Nazionale Prof. Antonio Landi e da tutte le associazioni combattentistiche, partigiane e d’arma, rinnoviamo oggi il nostro impegno. Non ci limiteremo a celebrare una ricorrenza, ma continueremo a lavorare per dare un nome e una storia a ciascuno di quei 500 ragazzi della provincia. Il nostro compito è far sì che la memoria del loro sacrificio e della loro scelta di dignità non vada perduta, ma diventi un patrimonio vivo per le nuove generazioni.
La libertà di cui oggi godiamo, ha detto il Presidente Mattarella, “ha un debito verso il coraggio di questi uomini”. Un debito che la nostra comunità, finalmente, può iniziare a ripagare. Ricordandoli. Conoscendoli. Onorandoli. E ringraziandoli. La riconoscenza verso di loro, come ha concluso il Presidente Mattarella, “non deve mai venire meno”.
Nelle immagini: il Cimitero Militare Italiano di Varsavia / Bielany, ove riposano le salme di molti soldati maceratesi deportati nei lager e nei campi di lavoro nazisti in Polonia.









