Un antifascismo vissuto, nel segno del servizio allo Stato
La scomparsa dell’Ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis, avvenuta ad Ancona il 15 marzo 2026 a poche settimane dal compimento del suo centesimo anno di vita, priva l’Italia di una figura che apparteneva a una generazione per la quale le parole Patria, libertà e responsabilità civile non erano formule retoriche, ma esperienze vissute. Diplomatico della Repubblica, uomo di cultura e testimone diretto della Guerra di Liberazione, Alessandro Cortese De Bosis incarnava una forma di antifascismo che non aveva bisogno di essere proclamata o esibita: un antifascismo sobrio, concreto, vissuto nei fatti.
Un alto lignaggio civile
Nato a Roma nel 1926, apparteneva a una famiglia nobile che aveva fatto della cultura e della libertà un tratto distintivo della propria storia. Suo nonno Adolfo De Bosis, poeta e animatore della rivista letteraria Il Convito, fu una figura centrale della vita culturale italiana tra Otto e Novecento.
Suo zio Lauro De Bosis, poeta e aviatore, compì nel 1931 uno dei gesti più audaci dell’opposizione al regime fascista: il celebre “volo su Roma”, durante il quale sorvolò la capitale lanciando migliaia di volantini che invitavano il re a restituire libertà al Paese.
Un gesto solitario e coraggioso, pagato con la vita: l’aereo precipitò nel Tirreno durante il viaggio di ritorno verso la Francia. La sera prima della partenza Lauro aveva scritto il suo testamento spirituale, “Storia della mia morte”, poi curato e ripubblicato negli anni proprio da Alessandro Cortese De Bosis, che ne custodì e ne trasmise la memoria.
La scelta della libertà
Quando l’Italia fu travolta dalla guerra, Alessandro Cortese De Bosis era ancora giovanissimo. Durante l’occupazione tedesca di Roma visse direttamente il clima drammatico di quegli anni. Dopo la liberazione della capitale prese parte alla guerra contro le forze nazifasciste come ufficiale del Corpo Italiano di Liberazione, svolgendo il ruolo di ufficiale di collegamento con l’8ª Armata britannica, grazie alla sua perfetta conoscenza della lingua inglese. La sua vicenda personale ricorda una dimensione della storia della liberazione dell’Italia spesso poco raccontata: quella dei militari italiani che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di continuare la guerra al fianco degli Alleati nelle file delle Forze Armate regolari italiane.
Accanto alla Resistenza partigiana, infatti, vi fu anche l’impegno decisivo del Corpo Italiano di Liberazione e dei successivi Gruppi di Combattimento, che contribuirono alla liberazione della penisola combattendo lungo tutta la linea del fronte. È in questo contesto che si colloca l’esperienza di Alessandro Cortese De Bosis: una scelta che non fu ideologica o militante, ma una scelta di responsabilità verso il proprio Paese.
Il servizio dello Stato
Conclusa la guerra, si laureò in giurisprudenza all’Università di Roma nel 1948 ed entrò nella carriera diplomatica nel 1954. Nel corso della sua lunga attività al servizio della Repubblica ricoprì incarichi di prestigio a Parigi, Mosca, Washington e New York, dove da Console Generale promosse la fondazione della prima scuola italiana negli Stati Uniti, il Liceo “Guglielmo Marconi”. Successivamente fu Ambasciatore d’Italia in Ungheria e in Danimarca e Direttore Generale delle Relazioni Culturali del Ministero degli Affari Esteri, contribuendo alla promozione della cultura italiana nel mondo. Anche in questa dimensione internazionale rimase sempre fedele a un’idea alta del servizio pubblico: quella di una diplomazia intesa come responsabilità verso la storia e la cultura del proprio Paese.
Custode della memoria della Liberazione
Terminata la carriera diplomatica, Alessandro Cortese De Bosis dedicò molte energie alla trasmissione della memoria storica. Dal 2013 al 2021 fu presidente della Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate Regolari della Guerra di Liberazione (ANCFARGL), impegnandosi in tutta Italia in incontri con studenti e giovani per raccontare cosa significò davvero per una generazione scegliere la libertà. Fino a pochi anni fa continuava a incontrare studenti e a tenere conferenze, convinto che la memoria non fosse una celebrazione rituale del passato, ma una responsabilità civile verso il futuro.
Portonovo, il legame con le Marche e con Ancona
Pur nato a Roma e avendo vissuto a lungo all’estero, Alessandro Cortese De Bosis mantenne sempre un legame profondo con Ancona e con la baia di Portonovo, dove la famiglia De Bosis possiede la storica Torre Clementina. Quel luogo divenne per lui una sorta di “casa della memoria”, punto di incontro tra storia familiare, cultura e vita civile. Non è un caso che negli anni abbia partecipato anche alle cerimonie della Liberazione di Ancona del 18 luglio, ricordando il sacrificio del 2° Corpo d’Armata Polacco del generale Władysław Anders, che nel 1944 contribuì in modo decisivo alla liberazione della città.
Un esempio per il nostro tempo
Nel tempo presente, spesso attraversato da narrazioni ideologiche e da memorie contrapposte, la figura di Alessandro Cortese De Bosis rappresenta una testimonianza preziosa. La sua vita ricorda che la libertà dell’Italia fu conquistata grazie al contributo di molte componenti: civili, partigiani, militari, alleati internazionali. E ricorda soprattutto che esiste un antifascismo che non ha bisogno di essere proclamato ogni giorno, perché è già stato dimostrato nelle scelte di vita, nel servizio allo Stato e nella coerenza personale. È questo l’antifascismo della sua generazione. Un antifascismo vissuto. Ed è per questo che il ricordo di Alessandro Cortese De Bosis merita di essere custodito con rispetto e gratitudine.
Mauro Radici
Vice Presidente ANCR Federazione Macerata
Coordinatore Regionale ANCR Marche
L’intervista all’Amb. De Bosis pubblicata dalla FIAP nel 2022
La testimonianza raccolta da ANCR Federazione Bergamo con ANCFARGL e pubblicata nel febbraio 2026:









