Una memoria che unisce, se sa ancora riconoscere tutti i suoi figli
Oggi Venerdì 27 marzo, presso il Sacrario Militare della Provincia di Macerata, si è svolta una partecipata e intensa funzione religiosa in ricordo di Don Enrico Pocognoni, parroco di Braccano, Medaglia d’Oro al Valor Civile, trucidato dai nazi-fascisti il 24 marzo 1944 insieme a cinque giovani combattenti (lo stesso giorno dell’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma). Un momento di raccoglimento autentico, civile prima ancora che commemorativo, capace di restituire alla memoria pubblica una figura sacerdotale e patriottica di grande spessore, il cui sacrificio appartiene non soltanto alla comunità di Matelica e del Maceratese, ma all’intera storia morale d’Italia. ANCR è stata rappresentata dal Presidente della Federazione Provinciale di Macerata Albino Mataloni con il vice e Coordinatore Regionale Mauro Radici.
L’incontro si è aperto con un prologo della Prof.ssa Daniela Meschini, Vice Presidente ANMIG Provinciale di Macerata, dedicato alla figura di Don Pocognoni, nel solco di una riflessione che ha richiamato la presenza, spesso decisiva, di tanti sacerdoti italiani accanto al proprio popolo nei momenti più oscuri della guerra civile, dell’occupazione e della repressione (sono stati poi distribuiti ai presenti copia degli “Appunti di Storia 2: Sacerdoti Maceratesi Apostoli per la Libertà”, ndr). Un tema indubbiamente rilevante, che tuttavia richiede — oggi più che mai — di essere affrontato con aderenza rigorosa ai contesti e alle fonti, per evitare che anche le figure più limpide vengano, involontariamente, ricondotte dentro schemi interpretativi già pronti.
Ma il cuore della mattinata è stato soprattutto nella liturgia, animata nel canto da Enzo Andrenelli, che oggi ha assunto una forza quasi disarmante per precisione spirituale e civile. L’antifona d’ingresso — “Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori” — e soprattutto la prima lettura dal profeta Geremia hanno attraversato l’assemblea con parole che non appartengono soltanto al passato:
“Sentivo la calunnia di molti: ‘Denunciatelo! Sì, lo denunceremo’.
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta…”
Parole antiche, eppure sempre attuali. Parole che ricordano quanto ogni comunità, anche la più animata da buone intenzioni, debba vigilare contro la tentazione del sospetto, della fazione, della delegittimazione reciproca. In questa prospettiva è risultata particolarmente significativa anche l’omelia di Padre Gustave, profondamente centrata sul senso evangelico della testimonianza, della verità e della responsabilità personale. Il sacerdote ha richiamato tutti a un gesto interiore e insieme pubblico: “deporre le nostre pietre” – invito limpido, esigente, che ha toccato il nucleo più profondo del vivere associativo e civile: servire, costruire, impegnarsi, anziché consumare energie nel dividere, nel giudicare, nel contrapporre.
E forse proprio qui che abbiamo colto il senso più vero della commemorazione di oggi.
Perché ricordare Don Enrico Pocognoni non significa soltanto onorare una vittima dell’eccidio di Braccano; significa interrogarsi su che cosa sia davvero il patriottismo, e su quali uomini e donne abbiano reso possibile, con il loro sacrificio, l’Italia democratica che oggi abitiamo. Al termine della celebrazione, la lettura di un estratto della preghiera per le vittime civili di guerra da parte di Gustavo Carnevali ha ulteriormente allargato l’orizzonte, ricordandoci che la guerra non lascia mai solo eroi, ma sempre anche ferite, famiglie spezzate, comunità mutilate, silenzi tramandati.
A concludere la mattinata è stata la preziosa testimonianza del prof. Igino Colonnelli, fondatore e anima del Museo della Resistenza “Don Enrico Pocognoni” di Braccano, luogo importante di custodia documentale e divulgativa, nato davanti al campo in cui si consumò l’eccidio del 24 marzo 1944. Il museo conserva documenti, immagini, materiali scolastici, testimonianze e ricostruzioni legate alla guerra, alla lotta partigiana e alla composizione multietnica delle bande partigiane locali, alla repressione nazi-fascista, alla solidarietà della popolazione locale e al più vasto contesto della Liberazione nel territorio matelicese. Ecco che qui che – come ANCR e come cittadini -una riflessione si impone con garbo, ma anche con chiarezza.
La libertà non ci è stata consegnata da una sola categoria morale o politica
La memoria pubblica italiana, troppo spesso, ha finito per semplificare ciò che la storia ci consegna invece come complesso, plurale, corale. Non tutti i patrioti furono chiamati — né possono oggi essere retroattivamente chiamati — semplicemente “partigiani”. Molti lo furono è vero, e ad essi va onore. Ma non furono i soli.
Perché allora, nel racconto pubblico della nostra storia recente, si continua troppo spesso a operare una riduzione semantica ad una sola parte, tanto efficace quanto problematica, per cui il termine “patrioti” tende a coincidere, senza residui, con una sola categoria? Eppure la realtà storica — documentata — è più ampia, più articolata, più esigente. A riconsegnare l’Italia alla libertà e a rendere possibile, in prospettiva, anche la nostra Costituzione, contribuirono in modo decisivo anche molte altre componenti:
- i militari del Corpo Italiano di Liberazione (CIL), già soldati del Regio Esercito, che tornarono a combattere in linea contro i nazi-fascisti lungo l’intera Campagna d’Italia nella cobelligeranza a fianco delle truppe alleate;
- gli ufficiali e i soldati che, dopo l’8 settembre 1943, diedero struttura, guida, disciplina e capacità operativa alla più parte delle formazioni resistenziali (ricordata ad es. da Colonnelli la figura eroica del Capitano di complemento del Regio Esercito Salvatore Valerio, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria).
- e soprattutto il sacrificio esemplare dei 700.000 Internati Militari Italiani (IMI), che dissero no alla Repubblica Sociale e alla collaborazione con il Terzo Reich, pagando quel rifiuto con la deportazione, il lavoro coatto, la fame, l’umiliazione e, per molti, la morte.
Questa non è una postilla, questa è la struttura portante della memoria nazionale, troppo a lungo ridotta a narrazione parziale.
La libertà italiana non è figlia di un’unica appartenenza. È figlia di una costellazione di fedeltà, diverse per forma ma convergenti nella sostanza: fedeltà all’Italia, alla dignità umana, al rifiuto dell’oppressione. Per questo, momenti come quello di oggi hanno valore se aiutano davvero a ricomporre, non a restringere; a riconoscere, non a monopolizzare; a restituire nomi e volti, non a piegarli dentro etichette comode ma storicamente insufficienti.
In tal senso, non è privo di significato che oggi, nel Sacrario Militare della Provincia, abbia trovato posto anche la bandiera dell’ANPI di Matelica. È un segno che va colto con intelligenza e senza infantilismi. Quando la memoria entra in un luogo sacro della Patria, non dovrebbe entrare per occupare, ma per condividere. Non per delimitare il recinto dei “propri”, ma per riconoscere la vastità dei “nostri”. Forse questo è il punto più importante.
Il Sacrario Militare della Provincia di Macerata non è il luogo di una memoria militante in senso fazioso. È, o meglio dovrebbe essere, il luogo di una memoria nazionale riconciliata nella verità, dove il sangue dei sacerdoti, dei militari, dei resistenti, dei deportati, dei civili e dei caduti (italiani e alleati) non venga gerarchizzato secondo convenienze culturali o egemonie narrative.
Don Enrico Pocognoni, sacerdote e martire, ci ricorda proprio questo: che la libertà, quando è vera, non ama gli slogan; ama la coscienza, la responsabilità e la testimonianza, il sacrificio e la Verità. E la verità, anche quando è più faticosa da accogliere, resta sempre il primo dovere della memoria.
Ricordare bene non significa ricordare meno persone.
Significa, al contrario, avere il coraggio di ricordarle tutte.


























